sabato 4 maggio 2019

Antonio FLOCEANO (prima metà del '500) - Il Giurista -

Un dimenticato giurista narrato in silloge nei canti del pianoro Taurianovese




Antonio FLOCEANO  (prima metà del '500)
- Il Giurista -
  

Nacqui nel Regno di Napoli
nella prima metà del ‘500.

La guerra dinastica
tra angioini e aragonesi
aveva portato morte e terrore
nella sperduta contrada Jatrinolese
governata dal viceré spagnolo
Raimondo Cardona.

La mia esistenza fu segnata
a due anni dalla perdita della madre
e diciassette anni dopo
dalla dipartita di mia sorella
- entrambe per parto -.

Tutta la vita portai
questi dolori
silenziosamente nel cuore.

Mio zio precettore
preconizzando un futuro ministro del culto
mi relegò nel Collegio di Oppido Mamertina
dove s’impartiva
il migliore magistero religioso.

Mi allontanai presto dalla avita contrada natia
collocandomi nella capitale napoletana
e forgiandomi agli studi giuridici
appresi l’arte del giureconsulto.

La padronanza degli istituti processuali
inquadrati nella logica lineare
della dottrina e giurisprudenza
mi permisero di far apparire ovvio e banale
il più arduo ragionare.

Avevo acquisito l’arte della repartie
la voce baritonale
col timbro pieno di armonie
mi collocarono tra le eminenze
del Foro napoletano.

Ma le mie magistrali qualità
erano il frutto di fatiche, dubbi
tormenti, meditazioni e rifacimenti.

Dal vivere appresi
che la sofferenza rivela
il volto ostinato della solitudine
l’impossibilità di dimenticare se stessi
e la necessità di rimanere incatenati
- come il prigioniero platonico –
alle ombre della propria caverna.

Delle mie opere nulla è rimasto
la sola iscrizione latina
che ricordi la mia esistenza
fu forgiata nel 1571
dallo storico Gabriele Barrio:
Iatrinonum quasi medicinale cum linis optimis.
Ex hoc pago fuit Antonius Floceanus iureconsultus eximius
nostra aetate, qui Neapoli magnae fuit existimationis”.

mercoledì 3 aprile 2019

Il Pretore di origine campana

Amarcord sull'essenza del giudicare



Il primo Giudice che conobbi, in una fredda giornata d'inverno in un anno di tanti anni fa, appena nominato Vicepretore del Mandamento di Palmi, fu un canuto Pretore che si diceva fosse di origine napoletana, trasferitosi per un mal d’amore nella lontana contrada calabrese.

Il Pretore, quasi per innata predilezione, mi raccontava con passione le sue antiche esperienze professionali e di vita.

Un giorno lo andai a trovare, per una urgente delega, nella sua amena e francescana abitazione.

Felice per l’inaspettata visita, senza indugiare, conoscendone la mia insaziabile passione, mi ostentò un volume delle orazioni del giurista Carnelutti con la firma e la dedica in calce alla sovraccoperta.

Poi cominciò, appalesandone una arcana necessità a raccontarmi di come agli albori magistratuali nella prima sede piemontese, si faceva accompagnava sovente da un cancelliere, più anziano allampanato ed intabarrato al punto da sembrare un cipresso.

In quel paese ai confini con la Francia, le strade esistenti, quasi tutte, dedicate ai più noti detrattori garibaldini, erano pavimentate con ciottolame lavico, si presentavano alcune anguste e ripide ed in qualche punto, in particolare negli angoli, erano costituite da rampe.

Il ciottolame emetteva un chiarore che nelle notti buie dava il senso dell'orientamento e fungeva da pubblica illuminazione.

Il cancelliere procedeva a passi regolari seguito dal Pretore cantando a squarciagola e allorché cessavano lo sforzo vocale, cominciavano a fischiare un noto motivo di una marcetta militare.

Mi spiegò, che il comportamento sonoro dei due mirava a segnalare la loro presenza.

Infatti quasi tutti gli abitanti del paesino piemontese, in certe ore serotine rovesciavano per strada il contenuto dei vasi da notte, ma all'approssimarsi del passaggio dei due, rinviavano l'operazione chiudendo rumorosamente i vecchi e traballanti infissi lignei delle finestre che sembravano fossili.

Da quel giorno della mia giovinezza, nel corso della vita ho conosciuto innumerevoli Giudici e mi sono reso conto che il rischio che correva quel Giudice era di sapore arcadico e che invece ben più pericolosi getti insidiavano ed insidiano gli altri.

Il Giudice veramente affidabile è quello indipendente ed alcuni "getti" sono costituiti da raccomandazioni, segnalazioni o comunque pressioni parassitarie provenienti da taluni ambienti anche, associativi e politici.

Il Giudice deve comprendere che quell'attentato alla sua indipendenza, se non trova una pronta ed energica ripulsa, cagiona immancabilmente la caduta dei valori ideali di Giustizia e che se la sua reazione può cagionare scarsa simpatia agli interessati delusi, tra i primi a stimarlo sono questi ultimi!

E che dire della ipertrofia della legislazione il più delle volte poco ponderata e poco coordinata, emessa sull'onda di una provvisoria protesta popolare e che forma una giungla vasta ed intricata che non è agevole attraversare senza la guida di un buon esperto o quanto meno senza la bussola di un po’ di senso giuridico che non è la stessa cosa del buon senso comune.

Tanti sacrifici qualificano nel quotidiano professionale la nobile funzione del giudicare: la sentenza è sempre una creazione di una coscienza viva, sensibile, vigilante ed umana.

E che dire di altri “getti” di certe esternazioni fuori dalla sede istituzionale, di alcune uscite spettacolari e di improvvise intemperanze nei rapporti con gli altri operatori di Giustizia?

E' pur vero che nell'amministrazione giudiziaria molte cose non vanno per il verso giusto, ma non è necessario, per mantenere alto il proprio prestigio abbassare quello degli altri, né perdere il tratto signorile e pacato e delle volte anche deferente nei confronti dei più anziani che ne siano meritevoli durante l'esercizio del proprio dovere.

Va aggiunto che molte volte taluni Giudici si inseriscono nel circuito delle responsabilità politiche di partito: le luci della ribalta politica sono alternative a quelle della celebrazione dei processi.

La fenomenologia sociale della parola per creare la popolarità politica del singolo Giudice non è che la sua progressiva distruzione.

I retaggi di un nome onorato e di una vita vissuta all'insegna della ricerca della verità e della Giustizia, sono i migliori beni che un Giudice possa lasciare in eredità alla sua famiglia e a quella della Magistratura.

Un mio ammirato e da tempo assente amico che un tempo giudicava, ben scriveva: "So che in ogni uomo che giudico, giudico me stesso...so che il diritto è sofferenza per chi lo subisce, a cui toglie qualcosa o toglie tutto...Così cerco l'innocenza piuttosto che la colpa...la verità che io cerco è bagnata di sudore...Non ho niente e nessuno da vendicare, niente e nessuno da perdonare. Sono solo un uomo, un piccolo uomo che ha paura del buio, che cerca la luce, il chiarore di una scintilla, che si specchia timoroso nell'anima di un altro uomo per giustificarlo se possibile o almeno comprenderlo...".


mercoledì 27 febbraio 2019

Don Roccu u scrivanu

Una antica macchietta del Foro riportata alla luce


Stanotte, in sogno, mi sono trovato in un’aula di Giustizia dell’aldilà, dove si celebrano i processi catartici, fittamente affollata da tanti trapassati che avevano fatto parte del mondo giudiziario.

Presiedeva un Giudice con i baffetti alla Chaplin e con i capelli scuri a spazzola che richiamava costantemente all’ordine con inflessioni ed espressioni del miglior vernacolo calabrese.

Intravidi don Roccu u scrivanu.

Don Roccu u scrivanu era stato il personaggio tipico che nelle terre del sud Italia si accompagna all’avvocato penalista con varie mansioni.

Infatti, per circa 50 anni ha accompagnato un avvocato, portandogli la borsa e libri, assistendo in udienza in piedi, facendo da tramite per varie incombenze, con clienti e terzi e curando anche qualche recupero con il suo "buon parlare".

Aveva frequentato solo le prime classi elementari ed in tutte le udienze aiutava ad indossare la toga in Pretura, chiedendo immancabilmente qualche diritto di toga.

Nel sogno intesi che l’udienza era già cominciata ed avvicinandomi percepivo la voce della difesa che diceva: “...E’ vero" che da sempre ha frequentato l’udienza penale”...E’ vero che alle “sue persone” giudicabili spiegava, senza alcuna esitazione o dubbio la situazione “giuridica”...E’ vero che ove le stesse non avessero provveduto al versamento delle “marche” in misura variante a seconda dei casi, si sforzava di dimostrare l’indispensabilità di detto adempimento...E’ vero che una volta risolto un tale problema le sue previsioni divenivano più ottimistiche...E’ vero che dopo la pronunzia della sentenza faceva seguire l’immancabile richiesta della “toga”.

Ma è pur vero che assicurava sempre la sua presenza in aula sistemandosi in posizione né vicina al pretorio e né vicina alla sbarra, costantemente in piedi, e con l’ansia dei giudicabili attendeva l’esito; quando era negativo faceva seguire il suo commento con parole di speranza per i gradi futuri del giudizio...”.

Mi fermai, perché il processo è come un magma primordiale che ha le sue radici nell’inconscio e subito riconobbi don Roccu u scrivanu per la irremovibilità delle sue opinioni.

Era ancora in piedi e con il vestito scuro e sdrucito degli ultimi difficili tempi!

Mi commossi al pensare i primi e anonimi anni di professione e perché anch'io ero cambiato con l’età tanto da non essere nemmeno riconosciuto dagli astanti.

L’Avvocato, bassino come don Roccu u scrivanu, continuava, con sussiego, a sfoderare il suo repertorio ben noto e senza sorprese per chi lo avesse ascoltato altra volta!

Don Roccu u scrivanu, personaggio irripetibile di un’epoca lontana e già obliata, nel mentre il difensore batteva con il palmo della mano il tavolo, ammiccava e quando la voce cresceva, si lasciava sfuggire un accenno di sorriso di compiacimento che doveva essere arsenicale per l’accusa.

Nel sogno non ero giunto in tempo per ascoltare l’accusa e rimasi a lungo ed invano in attesa di conoscere la decisione del Giudice.

Svegliandomi anticipatamente ebbi la sensazione di dire a me stesso: il responso a quando?

Forse al prossimo sogno.

domenica 27 gennaio 2019

Il giovane scienziato ebreo

Una antica narrazione riportata alla luce da anni di oblio




Era nato in Calabria a Radicena: terra di passaggio.

Nei pressi della zona denominata "Chianu 'i San Basili" (Piano di San Basilio), nei pressi dell’odierna piazza Garibaldi.

Giovanissimo si trasferì a Roma dove si innamora di Giovanna, si fidanza con Giovanna, non vede altro che Giovanna, sposa Giovanna; ne è felicemente travolto e travolge Giovanna e Giovanna gli regala Antonio e Carlo.

Il suo inesauribile interesse per lo studio della mente umana sconvolta dalla follia, lo porta all’insegnamento universitario.

Una frase lo aveva particolarmente colpito, una frase che è nel frontespizio della "Storia della pazzia" di Bruno Cassinelli:
"Se un giorno le belve dovranno giudicare gli uomini, porteranno come atto di accusa contro di noi la ferocia degli uomini sani contro gli uomini folli".
E più ancora fu colpito dalla dedica del libro: "Questo studio su una realtà nel cui disperso dolore restano assolte le creature e condannata la materia".

In questa assoluzione delle creature, in questa condanna della materia, nel desiderio prepotente di confortare quel disperso dolore, iniziò lo studio delle discipline psichiatriche, penetrando nella mente dell'uomo, scrutando le anamnesi remote, i fatti recenti, i fatti dell'infanzia, i traumi fisici, i traumi psichici, entrando nel regno emozionale del malato, soffrendo le sue ansie e i suoi martiri.

Dinanzi al dolore, il tratto severo del suo volto, il suo piglio aggressivo, il suo artiglio si mutava in una infinita pietà, in un sorriso dell'anima.

Erano quelli i tempi in cui la scuola psichiatrica italiana, la scuola del Cerletti antesignano dell'elettro-shock, del Gozzano, del Ferrio, il sistematico della disciplina, aveva assunto gli insegnamenti della scuola germanica, della scuola del Kraepelin, dello Schneider, del Kolle, i quali poi avevano tratto insegnamento dal positivismo italiano di Ardigò e dall'antropologia del Lombroso.

Così inizia questo studio in una maniera estremamente profonda, ma con una sua particolare tipicità.

Chi l‘aveva ascoltato asseriva che egli restava sempre ancorato alla sua cultura letteraria: il che rendeva l'esposizione delle sue idee facile e affascinante.

Poneva in parallelo il personaggio del mondo letterario con il soggetto che studiava. Era colto: leggeva moltissimo e aveva anche una memoria veramente prodigiosa, salvo poi a non salutare qualcuno che conosceva, o salutare qualcuno che non aveva mai visto.

Aveva un modo di parlare autonomo e squisitamente personale.

Nello studio della paranoia, affrontava il tema dei deliri nei quali vedeva le deformazioni degli aspetti reali della vita così come si vedono deformate le immagini negli specchi concavi.
Nel delirio mistico, intuiva l'ansia del malato di raggiungere l'eternità dello spirito e la impossibilità di realizzare questa aspirazione.

E di qui la frattura tra vita logica e vita affettiva.

Nell’attraversare una corsia manicomiale, ed a un certo momento vide una povera vecchia scarmigliata, con gli abiti a brandelli e un'espressione drammatica sul volto: era l'immagine della disperazione e della sofferenza.

Stava a terra, prona, con le mani in avanti, proferendo preghiere senza senso e in tono lamentoso.

Egli, con piglio stentoreo disse una frase bellissima: “Chissà quanti secoli pregano in quelle vene".

Con questa riflessione superò l'anamnesi remota e gentilizia e intuì le forme ereditarie più antiche, anticipandone lo studio del codice genetico.

Scomparve con la famiglia, dissolvendosi, come molti ebrei, tra le fiamme di quel male che avvampò tra le menti malate, che con piglio scientifico aveva studiato.

venerdì 11 gennaio 2019

dott. Antonino ROMEO (1884-1924) - Il Capitano Medico -

Continua la narrazione in silloge di personaggi del pianoro Taurianovese





dott. Antonino ROMEO  (1884-1924)
- Il Capitano Medico -


Nacqui a Jatrinoli
il 27 dicembre 1884
procreato dal farmacista Michele
e dalla radicenese Vittoria Lucrezia Sofia.

All’anagrafe per appagare gli avi
fui Natale Antonino Vincenzo.

Dopo la laurea in medicina
e l’esperienza del primo conflitto
mi raffermai nella Regia Milizia
di stanza al campo di aviazione
di Lonate Pozzolo.

Il 3 marzo del 1913
mi sposai con la giovane
Elvira Curatola Caruso.

Il 19 settembre del 1924
in volo di perlustrazione
con l’Ansaldo A.300
per una anomalia meccanica
persi la vita
col grado di Capitano medico.

Eppure se mi scorgo
ancora posso udire le voci
vedere le immagini
ascoltare i suoni
della mia giovinezza
in via Pozzo.

Ora cammino di notte
sui viottoli selciati del triste contado
dove mia madre ancora
alla finestra mi attende
bisbigliando preghiere
e spiando la rua
dietro ai vetri opachi.

Piangete ancora per me
sorelle Eliadi nel fiume Eridano
ondeggiando il vostro capo
tremante sulla riva:
io in vita fui come il vento.