venerdì 20 marzo 2026

 

Il Posto degli Ulivi

Considerazioni su una terra antica, di cultura mai ovvia e duttile nell'ingegno





Taurianova è il mio posto tra gli ulivi millenari, la contrada pre aspromontana medievale da dove scrivo a me stesso lettere che mai spedirò, il mio osservatorio privilegiato di quell'immenso teatro che è il mondo e della strana avventura che vi si svolge, la vita, l‘Italica che mai ho lasciato, la cassapanca ove custodisco, riposti, i ricordi di generazioni.

Taurianova, tassello d'un vasto e ricomposto mosaico, una sola piccola parte di esso, eppure l'essenza del tutto.

Scrigno che racchiude preziosi tesori, lontani ricordi.

Terra intrisa di contrasti, di ossimori, perché essa stessa ne è sede e teatro, genesi e nascituro, vita e morte.

C'è una Taurianova stupida (”buona”), e un'altra intelligente (“aperta"): una sofferente ed una vendicativa, la parte buona e quell'altra cattiva, la luce e il lutto, la speranza e la dannazione.

Taurianova come metafora e come trappola, giardino e clausura, riso e pianto, allegoria e realtà.

Quella stessa contrada che si scinde in Jatrinoli e Radicena, per poi ricomporsi, in due parti uguali e contrarie.

Al pari dell'uomo che sente il conflitto permanente delle due componenti che in lui convivono, volte costantemente alla scissione e alla ricomposizione, in un equilibrio precario e ribelle, perciò anarchico, per divenire lotta e passione, ma poi armonia e quiete: quindi riprendere il dolce-amaro gioco della vita.

Taurianova è la scoperta della sopravvivenza di mestieri creduti scomparsi.

È il ricordo della civiltà delle botteghe le "putiche" del falegname, del sarto, del barbiere, del fabbro, dell'oste, del calzolaio.

Taurianova è il ricordo dei giorni dell'infanzia, di quei giorni che furono (e anche di quegli altri allora segnati, che mai saranno), trascorsi fra persone care (che via via vediamo scomparire precedendoci nel viaggio del mistero), fra cose piacevoli, in parte irrimediabilmente perdute, che solo i ricordi della memoria riescono a far rivivere, proprio come in un inesauribile “museo d'ombre”.

Taurianova è la terra dei paradossi, che meglio rendono l'idea del concreto, dove finzione e realtà hanno un confine cosi labile da confondersi e, dunque, fondersi.

Nessuno sa né può capire, se qui non ha radici, quanta “essenza” stia dentro l'uomo di Calabria, nel suo essere e sentirsi tale, nella sua rassegnata rassegnazione al dolore, nella sua atavica sofferenza, nel suo occulto (ma non troppo) desiderio di trasgressione della regola, legale o morale che sia.

Il detenuto apprezza più d'ogni altro il gusto della libertà, poiché ne è privato, così come il vegliardo ama quella gioventù, un tempo sottovalutata, dopo averla vista irrimediabilmente svanire.

Il calabrese apprezza il gusto della trasgressione, per godere, oltre i margini della legalità, il piacere del proibito.

E‘ questa una componente primaria di quella cultura araba, qui radicata, che si avverte, ma non si vede, perché vedere non si deve.

Provate a trovarvi nei vicoli stretti e sinuosi, posti nel cuore antico d'ogni città o paese: uomini e donne appaiono, scompaiono, riappaiono come in una sequenza scenica, quasi come in un gioco d'ombre cinesi, e ciascun “intruso”, senza che se ne accorga, in ogni suo passo è vigilato, controllato, pedinato.

Essere calabresi significa prima di tutto, in ogni caso, essere un po’ diversi dagli altri, qualunque sia il senso che a questa diversità si voglia attribuire.

Ma essere calabresi o taurianovesi vuol dire anche non perdersi le albe e soprattutto i tramonti, tutto vi sembrerà il frutto di una terra incantata e magica.

Ai crampi allo stomaco rispondete con un pane appena tirato fuori dal forno a legna, che gusterete ancor di più dopo averlo tagliato a metà e farcito con olio d'oliva, origano, pepe rosso, e una fetta di formaggio pecorino.

Fermatevi, come mia moglie, presso una delle tante bancarelle all'aperto per gustare, secondo la stagione, e comunque sempre accarezzati dal sole tutto l'anno una fetta d'anguria, o una succosa arancia, oppure per addentare una mela, che vi somiglierà a quella di Adamo...

Dissetatevi ad una fontanella o cercate un chiosco per farvi servire “na spremuta” di limone in uno spruzzo di acqua seltz, con l'aggiunta di una punta di sale che ha anche un effetto apotropaico.

Se vi trovate in difficoltà, rivolgetevi a un anziano: porrà al vostro servizio la proverbiale ospitalità, senza chiedervi nulla, nemmeno il vostro nome, ed avrà già dimenticato il vostro volto prima che cerchiate di ringraziarlo invano: sarà già sparito.

Ma soprattutto inforcate bene gli occhiali della mente per ammirare quel che la Calabria è più propensa a lasciar vedere agli intenditori: i suoi tesori nascosti.

Non stranizzatevi dunque se, in cerca, magari in qualche bottega museo, d'antichi oggetti, finirete, senza volerlo, con l'essere ammaliati dalla voce e fulminati dalla forza degli occhi di qualche leggiadra fanciulla del posto, o col ritrovare, strada facendo, la sirena Ligea, oppure con l'imbattervi nella innocente ninfa Scilla o nel disperato Glauco.

Capita, più spesso di quanto non osiate immaginare.



domenica 15 marzo 2026

La Contessa Lara

Narrazione sul famoso omicidio della poetessa Eva Giovanna Antonietta Cattermole



Anche attraverso la rilettura degli atti di un processo possiamo cogliere qualche aspetto di "come eravamo".

Il "come giudicavamo", qualora, poi, di un processo si colga il ”paesaggio”, alla maniera ad esempio, del "1912 + 1" di Sciascia, può risultare non rigidamente ancorato all'attività decisoria finale svolta dal giudice ma comprensivo del riverbero processuale dei valori e dei "pregiudizi" a rigore esterni al processo.

A parte il dato, più che probabile nelle riletture fatte anni dopo un processo, della differenza del quadro normativo, nelle deposizioni dei testi, negli interrogatori degli imputati, nella discussione dei periti, e, qua e là, anche nell'intercalare di chi dirigeva il dibattito, ma, in particolar modo, nelle requisitorie e nelle arringhe," l’aria dei tempi" può essere anche particolarmente evidente.

Tuttavia, la rilettura presenta l'ostacolo, man mano che si va indietro nel tempo più difficile da superare, della conservazione non sicura degli atti processuali e, quasi, per necessità, e limitata alla rivisitazione dei processi “celebri” che possono, passando per la mediazione dei giornali e delle collane editoriali com'era, un tempo, quella di Corbaccio, essere consultati.

La curiosità di “come giudicavamo” o “venivamo giudicati” nella Roma umbertina, in questo mondo che parve ad alcuni contemporanei “nuovo” tale da assicurare “i comodi modesti dell'agiatezza lavoratrice”, soprattutto, negli edifici e a Matilde Serao, per converso, ”esecrazion degli occhi, esecrazion dell'anima", il processo, celebratosi dal 3 novembre 1897, nell'oratorio di San Filippo Neri, a carico di Giuseppe Pierantoni accusato dell'omicidio in danno della contessa di Lara (nom de plume di Evelyn Cattermole Mancini) può considerarsi indubbiamente “esemplare”.

Anzitutto, la protagonista, la morta, non il vivo, poetessa e scrittrice, amica, anzi, di più, di Mario Rapisardi, di Cesareo e moglie separata del terzogenito di Pasquale Stanislao Mancini.

Il "sangue", russo da parte di madre, scozzese da parte paterna, dunque, nel linguaggio del tempo, bollente di “commisti istinti”, con quel "naturale" bisogno d'avventura, ma anche il sangue versato dal marito nel duello con l'amante della moglie, rimasto ucciso a Firenze.

Lo pseudonimo contessa di Lara di byroniana memoria e lo pseudonimo dell'ambiente della maggior parte dei testimoni, da “Febea“ a “Richel” e la Carmen, il "chi ama fa così” che, per la verità, nella rilettura delle testimonianze, pare più espediente per evitare l'insistenza dell'assassino che l’identificazione del ruolo.

E, poi, ancora, il contrasto tra la poetessa dalla squisita sensibilità morale, la vivissima intelligenza, la nobiltà d'animo e la bontà di cuore.

Un inno al bene e all'amore... “tutta la vita” e la “mediocrità dell'ingegno” “la volgarità dei sentimenti“ dell'imputato, nella prospettazione del teste, marchese Monaldi.

Segno dei tempi, la parola d'onore data, epperò, senza richiesta alla Corte, da un ufficiale per smentire una lettera a sua firma che era stata, nella versione dell'imputato, prova di un rapporto d’amore.

“Vi avverto”, dice ad un certo punto, il Presidente, che “quanto dite é smentito dagli atti”, un'avvertenza inconcepibile nel nostro tempo ma allora spiccata preferenza allo "scritto" dei verbali istruttori.

Datata pure la trasformazione dell'aula in luogo di scontro dei campioni dell'eloquenza, l'accusatore "implacabile", Pio Cavalli, l'usignolo, Pietro Rosano e, alla difesa, Salvatore Barzilai. Un battersi per il "movente" che, nelle parole della morente, era la brama di denaro dell'ex suo convivente e, nella prospettazione "in subordine" della difesa dell'imputato, era lo stato d'ira, lo scatto della gelosia per lo stornamento delle attenzioni della "donna amata". Una "provocazione", come, a osservare dall'attuale punto di vista, possa essere considerato "fatto ingiusto" la libera determinazione del partner di troncare un rapporto, l'uso di questa libertà.

E proprio nel quarto dei sei "quesiti" proposti dal Presidente alla Giuria, questa "provocazione" prende posto ".... l'accusato Pierantoni Giuseppe commise il fatto... nell'impeto d'ira o di intenso dolore determinato da ingiusta provocazione?".

I dubbi dei giurati furono chiariti in quarantacinque minuti e il verdetto fu quello che sì l'imputato aveva agito "in stato d'ira o d'intenso dolore".

Conformemente alle richieste del Procuratore Generale, la pena fu quella di anni undici e mesi otto di reclusione.

Va detto che, dopo il processo, ci fu una sottoscrizione per raccogliere i fondi per una tomba in favore della vittima dell'omicidio e ci furono anche processi civili per l'eredità di una rendita lasciata dalla contessa di Lara all'ufficiale di marina del quale si era innamorata ma la sottoscrizione non si seppe come e dove fosse finita e le cartelle della rendita non furono mai più trovate.

«Le rose che de' suoi baci hanno odore / Non mi bastano più: lui solo io voglio.»
(Contessa Lara, Nuovi versi, 1894)