BlogCorsaro di Giovanni Cardona
Miscellanea di scritti corsari. Se ti vuoi salvare leggi. Se vuoi salvare qualcuno scrivi!
domenica 15 marzo 2026
sabato 4 maggio 2019
Antonio FLOCEANO (prima metà del '500) - Il Giurista -
Un dimenticato giurista narrato in silloge nei canti del pianoro Taurianovese
Antonio
FLOCEANO (prima metà del '500)
- Il Giurista -
Nacqui nel Regno di Napoli
nella prima metà del ‘500.
La guerra dinastica
tra angioini e aragonesi
aveva portato morte e terrore
nella sperduta contrada Jatrinolese
governata dal viceré spagnolo
Raimondo Cardona.
La mia esistenza fu segnata
a due anni dalla perdita della madre
e diciassette anni dopo
dalla dipartita di mia sorella
- entrambe per parto -.
Tutta la vita portai
questi dolori
silenziosamente nel cuore.
Mio zio precettore
preconizzando un futuro ministro del
culto
mi relegò nel Collegio di Oppido
Mamertina
dove s’impartiva
il migliore magistero religioso.
Mi allontanai presto dalla avita
contrada natia
collocandomi nella capitale napoletana
e forgiandomi agli studi giuridici
appresi l’arte del giureconsulto.
La padronanza degli istituti processuali
inquadrati nella logica lineare
della dottrina e giurisprudenza
mi permisero di far apparire ovvio e
banale
il più arduo ragionare.
Avevo acquisito l’arte della repartie
la voce baritonale
col timbro pieno di armonie
mi collocarono tra le eminenze
del Foro napoletano.
Ma le mie magistrali qualità
erano il frutto di fatiche, dubbi
tormenti, meditazioni e rifacimenti.
Dal vivere appresi
che la sofferenza rivela
il volto ostinato della solitudine
l’impossibilità di dimenticare se stessi
e la necessità di rimanere incatenati
- come il prigioniero platonico –
alle ombre della propria caverna.
Delle mie opere nulla è rimasto
la sola iscrizione latina
che ricordi la mia esistenza
fu forgiata nel 1571
dallo storico Gabriele Barrio:
“Iatrinonum
quasi medicinale cum linis optimis.
Ex hoc pago fuit
Antonius Floceanus iureconsultus eximius
nostra aetate, qui Neapoli magnae fuit existimationis”.
mercoledì 3 aprile 2019
Il Pretore di origine campana
Amarcord sull'essenza del giudicare
Il primo Giudice che conobbi, in una
fredda giornata d'inverno in un anno di tanti anni fa, appena nominato
Vicepretore del Mandamento di Palmi, fu un canuto Pretore che si diceva fosse
di origine napoletana, trasferitosi per un mal d’amore nella lontana contrada
calabrese.
Il Pretore, quasi per innata predilezione,
mi raccontava con passione le sue antiche esperienze professionali e di vita.
Un giorno lo andai a trovare, per una
urgente delega, nella sua amena e francescana abitazione.
Felice per l’inaspettata visita, senza
indugiare, conoscendone la mia insaziabile passione, mi ostentò un volume delle
orazioni del giurista Carnelutti con la firma e la dedica in calce alla
sovraccoperta.
Poi cominciò, appalesandone una arcana
necessità a raccontarmi di come agli albori magistratuali nella prima sede
piemontese, si faceva accompagnava sovente da un cancelliere, più anziano
allampanato ed intabarrato al punto da sembrare un cipresso.
In quel paese ai confini con la Francia, le
strade esistenti, quasi tutte, dedicate ai più noti detrattori garibaldini,
erano pavimentate con ciottolame lavico, si presentavano alcune anguste e
ripide ed in qualche punto, in particolare negli angoli, erano costituite da
rampe.
Il ciottolame emetteva un chiarore che
nelle notti buie dava il senso dell'orientamento e fungeva da pubblica
illuminazione.
Il cancelliere procedeva a passi regolari
seguito dal Pretore cantando a squarciagola e allorché cessavano lo sforzo
vocale, cominciavano a fischiare un noto motivo di una marcetta militare.
Mi spiegò, che il comportamento sonoro dei
due mirava a segnalare la loro presenza.
Infatti quasi tutti gli abitanti del
paesino piemontese, in certe ore serotine rovesciavano per strada il contenuto
dei vasi da notte, ma all'approssimarsi del passaggio dei due, rinviavano
l'operazione chiudendo rumorosamente i vecchi e traballanti infissi lignei
delle finestre che sembravano fossili.
Da quel giorno della mia giovinezza, nel
corso della vita ho conosciuto innumerevoli Giudici e mi sono reso conto che il
rischio che correva quel Giudice era di sapore arcadico e che invece ben più
pericolosi getti insidiavano ed insidiano gli altri.
Il Giudice veramente affidabile è quello
indipendente ed alcuni "getti" sono costituiti da raccomandazioni,
segnalazioni o comunque pressioni parassitarie provenienti da taluni ambienti
anche, associativi e politici.
Il Giudice deve comprendere che quell'attentato alla sua indipendenza, se non trova una pronta ed energica ripulsa, cagiona
immancabilmente la caduta dei valori ideali di Giustizia e che se la sua
reazione può cagionare scarsa simpatia agli interessati delusi, tra i primi a
stimarlo sono questi ultimi!
E che dire della ipertrofia della
legislazione il più delle volte poco ponderata e poco coordinata, emessa
sull'onda di una provvisoria protesta popolare e che forma una giungla vasta ed
intricata che non è agevole attraversare senza la guida di un buon esperto o
quanto meno senza la bussola di un po’ di senso giuridico che non è la stessa cosa
del buon senso comune.
Tanti sacrifici qualificano nel quotidiano
professionale la nobile funzione del giudicare: la sentenza è sempre una
creazione di una coscienza viva, sensibile, vigilante ed umana.
E che dire di altri “getti” di certe
esternazioni fuori dalla sede istituzionale, di alcune uscite spettacolari e di
improvvise intemperanze nei rapporti con gli altri operatori di Giustizia?
E' pur vero che nell'amministrazione
giudiziaria molte cose non vanno per il verso giusto, ma non è necessario, per
mantenere alto il proprio prestigio abbassare quello degli altri, né perdere il
tratto signorile e pacato e delle volte anche deferente nei confronti dei più
anziani che ne siano meritevoli durante l'esercizio del proprio dovere.
Va aggiunto che molte volte taluni Giudici
si inseriscono nel circuito delle responsabilità politiche di partito: le luci
della ribalta politica sono alternative a quelle della celebrazione dei
processi.
La fenomenologia sociale della parola per
creare la popolarità politica del singolo Giudice non è che la sua progressiva
distruzione.
I retaggi di un nome onorato e di una vita
vissuta all'insegna della ricerca della verità e della Giustizia, sono i
migliori beni che un Giudice possa lasciare in eredità alla sua famiglia e a
quella della Magistratura.
Un mio ammirato e da tempo assente amico
che un tempo giudicava, ben scriveva: "So
che in ogni uomo che giudico, giudico me stesso...so che il diritto è sofferenza
per chi lo subisce, a cui toglie qualcosa o toglie tutto...Così cerco
l'innocenza piuttosto che la colpa...la verità che io cerco è bagnata di
sudore...Non ho niente e nessuno da vendicare, niente e nessuno da perdonare. Sono
solo un uomo, un piccolo uomo che ha paura del buio, che cerca la luce, il
chiarore di una scintilla, che si specchia timoroso nell'anima di un altro uomo
per giustificarlo se possibile o almeno comprenderlo...".
sabato 16 marzo 2019
Il posto degli ulivi
Considerazioni su una terra antica, di cultura mai ovvia e duttile nell'ingegno
Taurianova è il mio posto tra gli ulivi
millenari, la contrada pre aspromontana medievale da dove scrivo a me stesso
lettere che mai spedirò, il mio osservatorio privilegiato di quell'immenso
teatro che è il mondo e della strana avventura che vi si svolge, la vita,
l‘Italica che mai ho lasciato, la cassapanca ove custodisco, riposti, i ricordi
di generazioni.
Taurianova, tassello d'un vasto e
ricomposto mosaico, una sola piccola parte di esso, eppure l'essenza del tutto.
Scrigno che racchiude preziosi tesori,
lontani ricordi.
Terra intrisa di contrasti, di ossimori,
perché essa stessa ne è sede e teatro, genesi e nascituro, vita e morte.
C'è una Taurianova stupida (”buona”), e
un'altra intelligente (“aperta"): una sofferente ed una vendicativa, la
parte buona e quell'altra cattiva, la luce e il lutto, la speranza e la
dannazione.
Taurianova come metafora e come trappola,
giardino e clausura, riso e pianto, allegoria e realtà.
Quella stessa contrada che si scinde in
Jatrinoli e Radicena, per poi ricomporsi, in due parti uguali e contrarie.
Al pari dell'uomo che sente il conflitto
permanente delle due componenti che in lui convivono, volte costantemente alla
scissione e alla ricomposizione, in un equilibrio precario e ribelle, perciò
anarchico, per divenire lotta e passione, ma poi armonia e quiete: quindi
riprendere il dolce-amaro gioco della vita.
Taurianova è la scoperta della
sopravvivenza di mestieri creduti scomparsi.
E’ il ricordo della civiltà delle botteghe
le "putiche" del falegname,
del sarto, del barbiere, del fabbro, dell'oste, del calzolaio.
Taurianova è il ricordo dei giorni
dell'infanzia, di quei giorni che furono (e anche di quegli altri allora
segnati, che mai saranno), trascorsi fra persone care (che via via vediamo
scomparire precedendoci nel viaggio del mistero), fra cose piacevoli, in parte
irrimediabilmente perdute, che solo i ricordi della memoria riescono a far
rivivere, proprio come in un inesauribile “museo d'ombre”.
Taurianova è la terra dei paradossi, che
meglio rendono l'idea del concreto, dove finzione e realtà hanno un confine
cosi labile da confondersi e, dunque, fondersi.
Nessuno sa né può capire, se qui non ha
radici, quanta ”essenza" stia dentro l'uomo di Calabria, nel suo essere e
sentirsi tale, nella sua rassegnata rassegnazione al dolore, nella sua atavica
sofferenza, nel suo occulto (ma non troppo) desiderio di trasgressione della
regola, legale o morale che sia.
Il detenuto apprezza più d'ogni altro il
gusto della libertà, poiché ne è privato, così come il vegliardo ama quella
gioventù, un tempo sottovalutata, dopo averla vista irrimediabilmente svanire.
Il calabrese apprezza il gusto della
trasgressione, per godere, oltre i margini della legalità, il piacere del
proibito.
E‘ questa una componente primaria di
quella cultura araba, qui radicata, che si avverte, ma non si vede, perché
vedere non si deve.
Provate a trovarvi nei vicoli stretti e
sinuosi, posti nel cuore antico d'ogni città o paese: uomini e donne appaiono,
scompaiono, riappaiono come in una sequenza scenica, quasi come in un gioco
d'ombre cinesi, e ciascun ”intruso“, senza che se ne accorga, in ogni suo passo
è vigilato, controllato, pedinato.
Essere calabresi significa prima di tutto,
in ogni caso, essere un po’ diversi dagli altri, qualunque sia il senso che a
questa diversità si voglia attribuire.
Ma essere calabresi o taurianovesi vuol
dire anche non perdersi le albe e soprattutto i tramonti, tutto vi sembrerà il
frutto di una terra incantata e magica.
Ai crampi allo stomaco rispondete con un
pane appena tirato fuori dal forno a legna, che gusterete ancor di più dopo
averlo tagliato a metà e farcito con olio d'oliva, origano, pepe rosso, e una
fetta di formaggio pecorino.
Fermatevi, come mia moglie, presso una
delle tante bancarelle all'aperto per gustare, secondo la stagione, e comunque
sempre accarezzati dal sole tutto l'anno una fetta d'anguria, o una succosa
arancia, oppure per addentare una mela, che vi somiglierà a quella di Adamo...
Dissetatevi ad una fontanella o cercate un
chiosco per farvi servire “na spremuta”
di limone in uno spruzzo di acqua seltz, con l'aggiunta di una punta di sale
che ha anche un effetto apotropaico.
Se vi trovate in difficoltà, rivolgetevi a
un anziano: porrà al vostro servizio la proverbiale ospitalità, senza chiedervi
nulla, nemmeno il vostro nome, ed avrà già dimenticato il vostro volto prima
che cerchiate di ringraziarlo invano: sarà già sparito.
Ma soprattutto inforcate bene gli occhiali
della mente per ammirare quel che la Calabria è più propensa a lasciar vedere
agli intenditori: i suoi tesori nascosti.
Non stranizzatevi dunque se, in cerca,
magari in qualche bottega museo, d'antichi oggetti, finirete, senza volerlo,
con l'essere ammaliati dalla voce e fulminati dalla forza degli occhi di
qualche leggiadra fanciulla del posto, o col ritrovare, strada facendo, la
sirena Ligea, oppure con l'imbattervi nella innocente ninfa Scilla o nel
disperato Glauco.
Capita, più spesso di quanto non osiate
immaginare.
mercoledì 27 febbraio 2019
Don Roccu u scrivanu
Una antica macchietta del Foro riportata alla luce
Stanotte, in sogno, mi sono trovato in un’aula di Giustizia dell’aldilà, dove si celebrano i processi catartici, fittamente affollata da tanti trapassati che avevano fatto parte del mondo giudiziario.
Presiedeva un Giudice con i baffetti alla
Chaplin e con i capelli scuri a spazzola che richiamava costantemente all’ordine
con inflessioni ed espressioni del miglior vernacolo calabrese.
Intravidi don Roccu u scrivanu.
Don Roccu u scrivanu era stato il
personaggio tipico che nelle terre del sud Italia si accompagna all’avvocato
penalista con varie mansioni.
Infatti, per circa 50 anni ha accompagnato
un avvocato, portandogli la borsa e libri, assistendo in udienza in piedi,
facendo da tramite per varie incombenze, con clienti e terzi e curando anche
qualche recupero con il suo "buon parlare".
Aveva frequentato solo le prime classi
elementari ed in tutte le udienze aiutava ad indossare la toga in Pretura,
chiedendo immancabilmente qualche diritto di toga.
Nel sogno intesi che l’udienza era già
cominciata ed avvicinandomi percepivo la voce della difesa che diceva: “...E’ vero" che da sempre ha frequentato
l’udienza penale”...E’ vero che alle “sue persone” giudicabili spiegava, senza
alcuna esitazione o dubbio la situazione “giuridica”...E’ vero che ove le
stesse non avessero provveduto al versamento delle “marche” in misura variante
a seconda dei casi, si sforzava di dimostrare l’indispensabilità di detto
adempimento...E’ vero che una volta risolto un tale problema le sue previsioni
divenivano più ottimistiche...E’ vero che dopo la pronunzia della sentenza
faceva seguire l’immancabile richiesta della “toga”.
Ma è pur vero che assicurava sempre la sua presenza in
aula sistemandosi in posizione né vicina al pretorio e né vicina alla sbarra,
costantemente in piedi, e con l’ansia dei giudicabili attendeva l’esito; quando
era negativo faceva seguire il suo commento con parole di speranza per i gradi
futuri del giudizio...”.
Mi fermai, perché il processo è come un
magma primordiale che ha le sue radici nell’inconscio e subito riconobbi don
Roccu u scrivanu per la irremovibilità delle sue opinioni.
Era ancora in piedi e con il vestito scuro
e sdrucito degli ultimi difficili tempi!
Mi commossi al pensare i primi e anonimi
anni di professione e perché anch'io ero cambiato con l’età tanto da non essere
nemmeno riconosciuto dagli astanti.
L’Avvocato, bassino come don Roccu u
scrivanu, continuava, con sussiego, a sfoderare il suo repertorio ben noto e
senza sorprese per chi lo avesse ascoltato altra volta!
Don Roccu u scrivanu, personaggio
irripetibile di un’epoca lontana e già obliata, nel mentre il difensore batteva
con il palmo della mano il tavolo, ammiccava e quando la voce cresceva, si
lasciava sfuggire un accenno di sorriso di compiacimento che doveva essere
arsenicale per l’accusa.
Nel sogno non ero giunto in tempo per
ascoltare l’accusa e rimasi a lungo ed invano in attesa di conoscere la decisione
del Giudice.
Svegliandomi anticipatamente ebbi la
sensazione di dire a me stesso: il responso a quando?
Forse al prossimo sogno.
domenica 27 gennaio 2019
Il giovane scienziato ebreo
Una antica narrazione riportata alla luce da anni di oblio
Era nato in Calabria a Radicena: terra di
passaggio.
Nei pressi della zona denominata
"Chianu 'i San Basili" (Piano di San Basilio), nei pressi
dell’odierna piazza Garibaldi.
Giovanissimo si trasferì a Roma dove si
innamora di Giovanna, si fidanza con Giovanna, non vede altro che Giovanna,
sposa Giovanna; ne è felicemente travolto e travolge Giovanna e Giovanna gli
regala Antonio e Carlo.
Il suo inesauribile interesse per lo
studio della mente umana sconvolta dalla follia, lo porta all’insegnamento
universitario.
Una frase lo aveva particolarmente
colpito, una frase che è nel frontespizio della "Storia della pazzia" di Bruno Cassinelli:
"Se
un giorno le belve dovranno giudicare gli uomini, porteranno come atto di
accusa contro di noi la ferocia degli uomini sani contro gli uomini folli".
E più ancora fu colpito dalla dedica del
libro: "Questo studio su una realtà
nel cui disperso dolore restano assolte le creature e condannata la materia".
In questa assoluzione delle creature, in
questa condanna della materia, nel desiderio prepotente di confortare quel
disperso dolore, iniziò lo studio delle discipline psichiatriche, penetrando
nella mente dell'uomo, scrutando le anamnesi remote, i fatti recenti, i fatti
dell'infanzia, i traumi fisici, i traumi psichici, entrando nel regno
emozionale del malato, soffrendo le sue ansie e i suoi martiri.
Dinanzi al dolore, il tratto severo del suo
volto, il suo piglio aggressivo, il suo artiglio si mutava in una infinita
pietà, in un sorriso dell'anima.
Erano quelli i tempi in cui la scuola
psichiatrica italiana, la scuola del Cerletti antesignano dell'elettro-shock,
del Gozzano, del Ferrio, il sistematico della disciplina, aveva assunto gli
insegnamenti della scuola germanica, della scuola del Kraepelin, dello
Schneider, del Kolle, i quali poi avevano tratto insegnamento dal positivismo
italiano di Ardigò e dall'antropologia del Lombroso.
Così inizia questo studio in una maniera
estremamente profonda, ma con una sua particolare tipicità.
Chi l‘aveva ascoltato asseriva che egli
restava sempre ancorato alla sua cultura letteraria: il che rendeva
l'esposizione delle sue idee facile e affascinante.
Poneva in parallelo il personaggio del
mondo letterario con il soggetto che studiava. Era colto: leggeva moltissimo e
aveva anche una memoria veramente prodigiosa, salvo poi a non salutare qualcuno
che conosceva, o salutare qualcuno che non aveva mai visto.
Aveva un modo di parlare autonomo e
squisitamente personale.
Nello studio della paranoia, affrontava il
tema dei deliri nei quali vedeva le deformazioni degli aspetti reali della vita
così come si vedono deformate le immagini negli specchi concavi.
Nel delirio mistico, intuiva l'ansia del
malato di raggiungere l'eternità dello spirito e la impossibilità di realizzare
questa aspirazione.
E di qui la frattura tra vita logica e
vita affettiva.
Nell’attraversare una corsia manicomiale, ed
a un certo momento vide una povera vecchia scarmigliata, con gli abiti a brandelli
e un'espressione drammatica sul volto: era l'immagine della disperazione e
della sofferenza.
Stava a terra, prona, con le mani in
avanti, proferendo preghiere senza senso e in tono lamentoso.
Egli, con piglio stentoreo disse una frase
bellissima: “Chissà quanti secoli pregano
in quelle vene".
Con questa riflessione superò l'anamnesi
remota e gentilizia e intuì le forme ereditarie più antiche, anticipandone lo
studio del codice genetico.
Scomparve con la famiglia, dissolvendosi,
come molti ebrei, tra le fiamme di quel male che avvampò tra le menti malate,
che con piglio scientifico aveva studiato.
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