Beati coloro che hanno fame e sete di
giustizia
perché saranno giustiziati. (Piergiorgio Bellocchio)
perché saranno giustiziati. (Piergiorgio Bellocchio)
Riflessioni sull’anarchismo
istituzionale
C’è una sempre
più pervicace convinzione che i giudici attuino con il loro operato un’opera di
moralizzazione della giustizia.
L’emergenza
giudiziaria, che oramai dura da molti lustri, sembra che abbia trovato
nell’ordine giudiziario la sua definitiva istituzionalizzazione.
I giudici politicizzati
moralizzano la giustizia, non nel senso di renderla morale, ma nell’attuare scientemente
e razionalmente i propri rancori e interessi, avallandoli con apparenti
motivazioni e conferendo alla loro azione repressiva un’aura di “moralità”; incitati
in questo da una pletora oscurantista di giustizialisti che contribuiscono, da
buona claque mediatica, ad investirli di una missione storica che nessuna norma
divina o temporale ha instillato o conferito.
La ripetuta
violazione dei principi costituzionali e la disapplicazione sistematica delle
regole dei codici, che sono espressione travasata dei primi principi di fonte
normativa, viene recepita ed interpretata come una “forzatura necessaria” che
trova il necessario alibi apparentemente irrefutabile in una deflazionante e
camaleontica emergenza giudiziaria.
La strategia
viene costruita attraverso l’occultamento del vero tema tra locuzioni vaghe,
confuse ed equivoche, che nella loro opacità interpretativamente soggettiva, consente
ai giudici di riempire quegli spazi vuoti con delle proiezioni personali,
estemporanee e sovversive del diritto costituito.
Viene a
realizzarsi un sistema di locuzioni sradicate dalla realtà, con strumentali
forzature che si traducono in slogans
in cui la violenza legale attuata si pietrifica in una dispotica forza
rasentante l’abuso di potere.
Chiaramente è
una tecnica che conduce alla svalutazione, alla banalizzazione e
conseguentemente alla rimozione del problema.
I
giustizialisti, zelanti fautori delle tesi giustificazioniste, maestri
nell’arte della persuasione occulta, scorgono sempre qualche argomento
sentimentale fideiussore del loro deprecabile assunto: biasimano gli avversari nel
voler ledere la prerogativa della indipendenza dei giudici ricorrendo alla pantomìmica recita della commedia
dell’indignazione.
Mentre in uno
stato di diritto - nel quale la legalità è una forma derivata dalla legittimità
- la legittimazione avviene attraverso la procedura, basata su esigenze di
razionalità e di controllo, nell’attuale stato di anarchia istituzionale e di
delegificazione interpretativa, scorgiamo un fondamento emotivo e non
legalmente razionale che lede la stessa natura legittimante il potere
giudiziario.
La legittimità
del potere che è monopolizzato dallo Stato moderno e si concretizza attraverso
l’osservanza dei procedimenti giuridici e nella legalità delle decisioni, si è
scontrato con le emergenze giudiziarie (corruzione, mafia) provocando di fatto,
attraverso il moralismo di massa, la sottrazione o addirittura la soppressione
del valore costituzionale e della legittimazione razionale e legale.
La sottrazione
di legittimazione razionale-legale ha portato alla perdita della terzietà del
giudice, il quale trova il suo alimento nel consenso mass-media o negli
applausi del circo mediatico; alla creazione di miti artificiali, privi di
verità precostituite; alla trasformazione dell’ordine giudiziario in un
politicizzato contropotere.
“Giustizia. Un
articolo che lo stato vende, in condizioni più o meno adulterate, al cittadino,
in ricompensa della sua fedeltà, delle tasse e dei servizi resi.” (Ambrose
Bierce, Dizionario del diavolo, 1911)

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